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giovedì 8 marzo 2012

Diabolich e l’omicidio di via Fontanesi: un mistero lontano 54 anni


Un caso irrisolto. Un delitto senza movente e senza colpevole. Una serie di missive dell’assassino. Un mistero che ancora oggi colora Torino di giallo.
Era il 24 febbraio 1958 quando una telefonata anonima a La Stampa Sera annunciò: “Ho ucciso un uomo sulla via del Po”. Il giorno seguente, precisamente alle 21:40 la polizia scoprì al pianterreno di via Fontanesi 20 a Torino il cadavere di un giovane, Mario Giliberti di 27 anni.
La vittima, che risiedeva proprio lì, nel locale dove lavorava come calzolaio nel cuore di Vanchiglia, venne ucciso con ripetuti colpi infertigli con un trincetto da calzolaio. Secondo i referti il malcapitato morì dissanguato dopo almeno tre giorni di agonia.  Accanto al corpo senza vita, che doveva essere lì da almeno dieci giorni, venne rinvenuto un biglietto: “Riuscirete a trovare l’assassino?”.
Il cadavere era stato scoperto grazie ad un bigliettino inviato al quotidiano Stampa Sera, a firma “Diabolich”.
«Sono venuto di lontano per VIA
di compiere il mio delitto da non conFON
ondersi con uno qualsiasi. Ho studiato la cosa perfetTA.
In modo da non lasciare traccia. NE
anche di un ago. Con il delitto è cessato inSI 

eme l’odio per lui. Questa sera parto ore 20» 
Messe una in seguito all’altra, le lettere finali di ogni riga del biglietto stesso componevano l’indirizzo utile alla polizia per il macabro ritrovamento. Il firmatario, che doveva aver preso il nome in prestito dal romanzo di Bill Skyline
«Uccidevano di notte», aveva inviato quasi la stessa lettera alla questura e le aveva imbucate entrambe la mattina del 25 Febbraio. La polizia brancolò nel buio per alcuni giorni, mentre la stampa imperversava tra supposizioni e proteste, creando panico tra i cittadini e le forze dell’ordine. Il caso di un assassino misterioso che sfidava la polizia e i giornali era quasi un soggetto di un film e assieme alla fobia fomentò la curiosità e la morbosità del pubblico.
Una svolta nelle indagini netta arrivò quando a Bergamo il primo Marzo, la polizia arrestò Aldo Cugini, un ex compagno d’armi di Giliberti in seguito al ritrovamento di una fotografia, rinvenuta nella giacca della vittima, con tanto di dedica che ritraeva i due assieme. La postilla alla lettera di Diabolich affermava infatti “portavamo la divisa insieme”, cosa che spinse gli inquirenti ad indagare in quella direzione.
Le indagini a tappeto puntavano su questo bergamasco di buona famiglia. Probabilmente l’omicidio, come scrissero i giornali dell’epoca, trovava “la sua origine in un’anormale amicizia tra i due”. Si immaginò quindi una relazione omosessuale degenerata in odio, cosa che avrebbe finalmente indicato un movente. 
Il Cugi dovette restare in carcere quattro mesi e mezzo, prima di venire assolto prima per insufficienza di prove, poi con formula piena. La pista presa dalle indagini era chiaramente falsa, anche poiché due giorni dopo l’arresto di Aldo Cugini, da Vicenza, giunse a La Stampa Sera la prima di una nuova serie di missive.
 «Sono arrivato. Vi do la traccia. Cento Saluti e pazienza. DIABOLICH».
Secondo gli esperti dell’epoca la lettera era molto probabilmente attendibile.
Il quattro marzo tuttavia, la polizia nota «sorprendenti analogie» tra la scrittura dell’assassino e quella di Aldo Cugini, di cui viene vagliato l’alibi. L’undici Marzo il quotidiano La stampa consegnò alla magistrature tutte le lettere che arrivavano costantemente in redazione, nonostante Cugini fosse ancora in carcere. Il grafologo incaricato fu piuttosto chiaro: «Mi sembra sia la stessa mano che rivelò il delitto».
La paura tornò a imperversare per le vie di Torino, il timore di un nuovo omicidio era tangibile. Il 16 Marzo tuttavia una nuova lettera di Diabolich al quotidiano torinese per eccellenza volle far chiarezza sugli obbiettivi dell’omicida:
«Il mio delitto non e’ un gioco da ripetersi».
Alle missive originali si erano chiaramente aggiunte le opere di svariati mitomani, ma in questo preciso caso gli inquirenti non lasciarono spazio a dubbi: la mano che aveva scritto questa ultima lettera era identica a quella che aveva annunciato il delitto di via Fontanesi.
Nonostante la promessa di non ripetersi da parte di Diabolich ci volle diverso tempo perché la città riacquistasse una certa tranquillità. Il giallo di queste pagine non è mai stato soluto e tinge ancora oggi le vie di Vanchiglia.

Michele Albera 
 tratto da mole24 del 23 febbraio 2012

Ël cit ëd Vanchij: l’inafferrabile ladro di Vanchiglia

tratto da mole24 del 14 febbraio 2012

Immaginate il contesto, siamo nel  1865 e Torino ha appena perso il suo ruolo di capitale della nazione a favore di Firenze. Le conseguenze a livello emotivo ed economico sono state devastanti.  Nella nuova città, segnata dalla delusione e dalle nuove miserie, esiste un quartiere che è un vero e proprio paese. Questa zona, chiamata Vanchiglia, è ancora periferica alla città e  malsana a causa degli acquitrini del Po che non hanno conosciuto una bonifica. In quest’area, segnata spesso da una fitta nebbia, il tasso di criminalità è altissimo.
In questo scenario divenne dapprima conosciuto e poi quasi leggendario Ël cit ëd Vanchij, al secolo Antonio Bruno.
Questi era all’epoca, come riportano le cronache, “il più celebre, il più bello, il più leale dei grandi criminali torinesi”. Immigrato a Torino da Canale Roero, tentò dapprima di fare il calzolaio o il sellaio, poi il venditore ambulante di frutta ed infine si diede a piccoli furti. Arrestato nel 1865 costituì in carcere, assieme ad altri detenuti, l’associazione di briganti che chiamò “Amici del borgo Po”. Fino al 1868 il gruppo operò una serie di furti in alberghi, abitazioni e persino in uffici pubblici, come nel caso della sede centrale delle Poste di Torino. Nonostante i numerosissimi tentavi delle forze dell’ordine di fermare la banda, gli “Amici del borgo Po” sembravano imprendibili e mettevano a segno colpi anche durante il giorno e ai danni di personaggi eminenti, tra cui il senatore Quintino Sella, la famiglia Perrone di San Martino ed i Maineri.
I furti operati erano rocamboleschi e imprevedibili, come nel caso del cambiavalute Guastalla, cui fu sottratta una cassaforte contente centomila lire mentre quest’ultimo dormiva nella stanza accanto.
La questura di Torino organizzò quindi una contromisura di massa disseminando di spie la città, anche per far cessare il clamore suscitato dai giornali sulla sua incompetenza. Nel 1868 cominciarono quindi i primi arresti dei membri degli “Amici del Borgo Po”. Un manipolo di agenti firmò una importante retata notturna, facendo irruzione a Moncalieri all’osteria del Pesce d’Oro. Due uomini e due donne vennero catturati, ma il Cit di Vanchiglia riuscì a fuggire saltando dal balcone del primo piano. Antonio Bruno evitò una seconda trappola tesagli dalle forze dell’ordine qualche settimana dopo, presso la stazione ferroviaria di Vaglieranno, dopodiché scomparve nel nulla e lasciò su di sé solamente supposizioni.
Molti affermano che fosse fuggito in Francia o Svizzera, mentre secondo altri, l’inarrestabile ladro era tornato per assistere al maxiprocesso ai suoi complici. Il tribunale vide sfilare ben 50 imputati, cosa che rese questo procedimento, uno dei più grandi ed imponenti mai visti fino a quel momento. L’istruttoria durò due anni e mezzo e vide l’accusa focalizzata su una ventina di furti ed un omicidio, al quale tuttavia il “Cit” non prese parte. Le prove di accusa adoperate furono poco più che indizi e testimonianze di ex complici pentiti. La sentenza di colpevolezza arrivò quasi come una punizione per una reazione inattesa degli accusati: ben nove di questi erano infatti fuggiti dal carcere durante la notte di capodanno del 1872. La giuria popolare, all’epoca esistente nei processi, non ebbe pietà di degli imputati e di Bruno, il quale venne condannato in contumacia ai lavori forzati a vita. La condanna cadde in prescrizione poiché il ladro astuto e bello, che aveva appassionato e terrorizzato gli abitanti allo stesso tempo, non fu mai scovato. Del suo caso si occuparono menti illustri come Giovanni Saragat (1855-1938), padre di Giuseppe, futuro presidente della Repubblica, che ne narrò le gesta sulla Gazzetta Piemontese. Persino il celeberrimo Cesare Lombroso ne fece un oggetto di studi, soprattutto quando dovette intervenire egli stesso in qualità di perito dell’accusa nel successivo processo ai “55”, una nuova banda di cui facevano parte anche ex complici del cit ëd Vanchija.
La storia di Bruno incontrò la fantasia della letteratura e il personaggio storico cedette il passo a quello di finzione in ben quattro commedie e tre romanzi. Tra queste opere ricordiamo “Il Piccolo di Vanchiglia” di Carolina Invernizio, pubblicato prima in parti in appendice alla Gazzetta di Torino e successivamente in volume nel 1895. La casa editrice Salani di Firenze lo ristampò, modificandone il titolo per renderlo meno torinese e vide la luce quindi “Il segreto di un bandito” che ebbe un successo notevolissimo anche in Argentina. Tra la criminologia e la letteratura nacque un mito che poi si oscurò notevolmente, anche se oggi sopravvive ben più la leggenda delle notizie certe di quel Lupin torinese, svanito misteriosamente tra quelle nebbie della Vanchiglia.

M.A.