Un
caso irrisolto. Un delitto senza movente e senza colpevole. Una serie
di missive dell’assassino. Un mistero che ancora oggi colora Torino di
giallo.
Era
il 24 febbraio 1958 quando una telefonata anonima a La Stampa Sera
annunciò: “Ho ucciso un uomo sulla via del Po”. Il giorno seguente,
precisamente alle 21:40 la polizia scoprì al pianterreno di via
Fontanesi 20 a Torino il cadavere di un giovane, Mario Giliberti di 27
anni.
La
vittima, che risiedeva proprio lì, nel locale dove lavorava come
calzolaio nel cuore di Vanchiglia, venne ucciso con ripetuti colpi
infertigli con un trincetto da calzolaio. Secondo i referti il
malcapitato morì dissanguato dopo almeno tre giorni di agonia. Accanto
al corpo senza vita, che doveva essere lì da almeno dieci giorni, venne
rinvenuto un biglietto: “Riuscirete a trovare l’assassino?”.
Il cadavere era stato scoperto grazie ad un bigliettino inviato al quotidiano Stampa Sera, a firma “Diabolich”.
Il cadavere era stato scoperto grazie ad un bigliettino inviato al quotidiano Stampa Sera, a firma “Diabolich”.
«Sono venuto di lontano per VIA
di compiere il mio delitto da non conFON
ondersi con uno qualsiasi. Ho studiato la cosa perfetTA.
In modo da non lasciare traccia. NE
anche di un ago. Con il delitto è cessato inSI
eme l’odio per lui. Questa sera parto ore 20»
di compiere il mio delitto da non conFON
ondersi con uno qualsiasi. Ho studiato la cosa perfetTA.
In modo da non lasciare traccia. NE
anche di un ago. Con il delitto è cessato inSI
eme l’odio per lui. Questa sera parto ore 20»
Messe
una in seguito all’altra, le lettere finali di ogni riga del biglietto
stesso componevano l’indirizzo utile alla polizia per il macabro
ritrovamento. Il firmatario, che doveva aver preso il nome in prestito
dal romanzo di Bill Skyline
«Uccidevano
di notte», aveva inviato quasi la stessa lettera alla questura e le
aveva imbucate entrambe la mattina del 25 Febbraio. La polizia brancolò
nel buio per alcuni giorni, mentre la stampa imperversava tra
supposizioni e proteste, creando panico tra i cittadini e le forze
dell’ordine. Il caso di un assassino misterioso che sfidava la polizia e
i giornali era quasi un soggetto di un film e assieme alla fobia
fomentò la curiosità e la morbosità del pubblico.
Una svolta nelle indagini netta arrivò quando a Bergamo il primo Marzo, la polizia arrestò Aldo Cugini, un ex compagno d’armi di Giliberti in seguito al ritrovamento di una fotografia, rinvenuta nella giacca della vittima, con tanto di dedica che ritraeva i due assieme. La postilla alla lettera di Diabolich affermava infatti “portavamo la divisa insieme”, cosa che spinse gli inquirenti ad indagare in quella direzione.
Le indagini a tappeto puntavano su questo bergamasco di buona famiglia. Probabilmente l’omicidio, come scrissero i giornali dell’epoca, trovava “la sua origine in un’anormale amicizia tra i due”. Si immaginò quindi una relazione omosessuale degenerata in odio, cosa che avrebbe finalmente indicato un movente.
Una svolta nelle indagini netta arrivò quando a Bergamo il primo Marzo, la polizia arrestò Aldo Cugini, un ex compagno d’armi di Giliberti in seguito al ritrovamento di una fotografia, rinvenuta nella giacca della vittima, con tanto di dedica che ritraeva i due assieme. La postilla alla lettera di Diabolich affermava infatti “portavamo la divisa insieme”, cosa che spinse gli inquirenti ad indagare in quella direzione.
Le indagini a tappeto puntavano su questo bergamasco di buona famiglia. Probabilmente l’omicidio, come scrissero i giornali dell’epoca, trovava “la sua origine in un’anormale amicizia tra i due”. Si immaginò quindi una relazione omosessuale degenerata in odio, cosa che avrebbe finalmente indicato un movente.
Il
Cugi dovette restare in carcere quattro mesi e mezzo, prima di venire
assolto prima per insufficienza di prove, poi con formula piena. La
pista presa dalle indagini era chiaramente falsa, anche poiché due
giorni dopo l’arresto di Aldo Cugini, da Vicenza, giunse a La Stampa
Sera la prima di una nuova serie di missive.
«Sono arrivato. Vi do la traccia. Cento Saluti e pazienza. DIABOLICH».
Secondo gli esperti dell’epoca la lettera era molto probabilmente attendibile.
Il
quattro marzo tuttavia, la polizia nota «sorprendenti analogie» tra la
scrittura dell’assassino e quella di Aldo Cugini, di cui viene vagliato
l’alibi. L’undici
Marzo il quotidiano La stampa consegnò alla magistrature tutte le
lettere che arrivavano costantemente in redazione, nonostante Cugini
fosse ancora in carcere. Il grafologo incaricato fu piuttosto chiaro:
«Mi sembra sia la stessa mano che rivelò il delitto».
La
paura tornò a imperversare per le vie di Torino, il timore di un nuovo
omicidio era tangibile. Il 16 Marzo tuttavia una nuova lettera di
Diabolich al quotidiano torinese per eccellenza volle far chiarezza
sugli obbiettivi dell’omicida:
«Il mio delitto non e’ un gioco da ripetersi».
Alle
missive originali si erano chiaramente aggiunte le opere di svariati
mitomani, ma in questo preciso caso gli inquirenti non lasciarono spazio
a dubbi: la mano che aveva scritto questa ultima lettera era identica a
quella che aveva annunciato il delitto di via Fontanesi.
Nonostante
la promessa di non ripetersi da parte di Diabolich ci volle diverso
tempo perché la città riacquistasse una certa tranquillità. Il giallo di
queste pagine non è mai stato soluto e tinge ancora oggi le vie di
Vanchiglia.
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